Servizi educativi e scolastici: “CI PROVO E MI METTO IN GIOCO”

Spesso il bambino prova rabbia per qualcosa per lui inspiegabile,  che tocca profondamente il suo mondo interiore. 

Capita che il bambino manifesti la sua rabbia  nell’ambiente scolastico e l’adulto, educatore o insegnante, si trovi a doverla affrontare e contenere.

Il principale bisogno del bambino è che la sua rabbia venga riconosciuta dall’adulto,  quindi non rigettata con contrapposizione,  con un atteggiamento di rifiuto o conflitto ulteriore.

L’adulto dovrebbe,  attraverso la comprensione dell’emozione che prova il bambino,  saper intervenire con le corrette parole “c’è un bambino arrabbiato,  vieni da me..” e abbracciare il piccolo. Questo abbraccio dà  contenimento e “argine” alla rabbia e permette al bambino di essere riconosciuto nella sua interiorità. 

Spesso il bambino prova rabbia per qualcosa per lui inspiegabile,  che tocca profondamente il suo mondo interiore. 

L’educatore, l’educatrice, l’insegnante cerca la causa della rabbia del bambino,  spesso la colloca nella famiglia,  avviando un atteggiamento di giudizio; ritengo questo atteggiamento estremamente scorretto,  il mettersi all’esterno a giudicare, mi sembra espressione di poca professionalità e di poco aiuto per il bambino e la famiglia. 

La famiglia, dal canto suo, occorre trovi fiducia nel gruppo educativo a cui affida il proprio bambino,  occorre che la famiglia parli all’educatore, affidi a quest’ultimo anche racconti non facili di vissuti nell’ambito familiare, ricordando che gli educatori non si devono improvvisare psicologi.

L’educatrice o educatore di riferimento dovrebbe diventare una “base sicura” da cui partire e a cui approdare, non è forse vero che entrambi condividono l’obiettivo comune del benessere e crescita del bambino?

Per tutto questo occorre un atteggiamento di reciproca fiducia,  di vera “alleanza” in cui la famiglia si senta accolta senza giudizio, o meglio pregiudizio, qualsiasi sia la provenienza o la problematica vissuta.

Le educatrici a loro volta, hanno il bisogno di sentirsi  valorizzate nel loro sapere educativo, nonché del loro valore all’interno della rete sociale che accoglie il bambino, rete fatta di nido, scuola, servizi, pediatra, “esperti” a vario titolo, ed altro.

Si apre, allora, una importante riflessione rispetto alla formazione del personale educativo.

Nessuna formazione è valida se non muove riflessione e cambiamento, se non fa fare un passo verso il riconoscimento del proprio ruolo e, dell’importanza del gruppo di lavoro di cui si fa parte. Nessuna formazione è valida se non ha una ricaduta nell’agire educativo e spostando il pensiero  da “qui noi abbiamo sempre fatto così” pensiero limitante e anacronistico a “ci provo e mi metto in gioco”.

 

Daniela

Miriam
miriam.cesari@casadellascolto.it